I miei libri

La via della guarigione

Per diventare alchimisti delle proprie vite

In questo libro parlo per la prima volta chiaramente si me, mettendo a nudo la mia Anima, che mi si è mostrata quasi gridando per attirare la mia attenzione, nel 2014 quando mi è stato diagnosticato un cancro al seno al terzo stadio. In realtà ho cominciato a scrivere subito, è nella mia indole prendere appunti su quello che mi accade, quasi temessi di perdere pezzi di me per strada, ma è anche il mio modo di metabolizzare ciò che mi succede.
Si tratta del mio percorso, di come ho affrontato la sentenza di morte che mi è stata buttata addosso dai medici, nel momento in cui ho palesato il pensiero di valutare di scegliere il mio percorso, togliendomi dai protocolli ferrei della medicina allopatica. Ho deciso di scegliere per me stessa, di prendermi la responsabilità della mia vita e del mio corpo, andando contro tutto e tutti. Ho deciso io la terapia e come integrarla con un mix di pratiche di crescita personale tra cui la risoluzione del conflitto che mi aveva fatta ammalare.
Il mio libro è un mix di emozioni, di eventi e di persone che mi hanno accompagnata verso una guarigione che i medici hanno dichiarato
“miracolosa”, ma che io so essere stata la somma della consapevolezza, della fede in ciò che stavo facendo e in qualcosa di più grande, che la maggior parte crede essere lassù in cielo, ma che in verità sta dentro ognuno di noi. Non l’ho scritto per insegnare niente a nessuno, ma per far riflettere le persone.

Il mio libro non è rivolto solo a chi sta vivendo un periodo di malattia, perché ci sono tappe che si possono percorrere anche senza per forza dover affrontare questa esperienza, mi piacerebbe che le persone che lo leggono trovino quel capitolo, quella frase, che gli dia l’input di guardarsi dentro,

di porsi delle domande e di mettersi alla ricerca delle proprie risposte.
Sono passati 10 anni e sono ancora qua, sono rinata a nuova vita, con nuove consapevolezze che mi fanno affrontare le difficoltà in modo completamente diverso da prima, ho finalmente imparato a onorare la vita e ad amare me
stessa, vedendo sia pregi che limiti come punti di forza, ho imparato a dare il giusto peso a ciò che accade e vivere il presente come unico tempo di cui siamo davvero padroni.
Il libro è costellato di messaggi dei Maestri dell’Akasha. L’Akasha per me è stata una parte importante del mio percorso spirituale, diciamo quella parte che mi ha dato una sorta di “equilibrio” tra quella che è la via terrena, materiale, che è quella della mente e quella che invece è animica, istintuale che è del cuore: che eleva le nostre vibrazioni per diventare canali di qualcosa di molto più grande rispetto a ciò che possiamo vedere con i nostri occhi.
La via della guarigione non ha un inizio e non ha nemmeno una fine, è un percorso che possiamo decidere di affrontare con consapevolezza,
scegliendo per noi stessi o lasciarci guidare da altri. Anche questa è una scelta che ci dà la sensazione di de-responsabilizzarci, ma che ci limita nella nostra crescita personale. Qualsiasi sia la scelta che prendiamo è quella giusta, se presa con consapevolezza, mettendoci il proprio potere personale che è determinante per guarire. Ricordiamo che dietro a ogni difficoltà, a ogni sofferenza e cambiamento si celano nuove opportunità, grandi insegnamenti e infiniti motivi per cui essere grati.

Soffia il Simun


“Soffia il Simun” vide la luce nel 2007, (ristampa poi nel 2008) ma era da anni che desideravo ardentemente scrivere un libro.
Era il mio sogno.
Fin da ragazzina scrivevo racconti che poi nascondevo per paura dei giudizi altrui. I miei temi di italiano a scuola erano sempre lunghissimi e da un argomento riuscivo ad abbracciarne molti altri trovando collegamenti a volte improbabili. Per non parlare delle decine di diari dove scrivevo compulsivamente.
Questo libro nacque come uno sfogo. La mia vita era serena in quel periodo e quando cominciai a scriverlo avevo da poco avuto mio figlio. Ero felice, ma dentro covavo anni di dolori, abusi, violenze fisiche e verbali. Così la mia protagonista, Sofia, era la ME vittima, la ME antica che ancora non capiva di come ognuno di noi è creatore di se stesso. Partì come uno sfogo, doloroso, violento e distruttivo, ma poi decisi di stravolgere tutto e lasciare che la fantasia si mescolasse alla realtà per rendere, il percorso di Sofia, un percorso di guarigione. La feci arrabbiare, la lasciai mettere in atto la sua vendetta, ma la lasciai anche imparare dai suoi errori per poter evolvere e credere di nuovo nell’amore e nella vita.

È stato un libro terapeutico e una vera sfida. Dopo averlo inviato ad alcune case editrici fu Il Filo (Albatros) di Roma a pubblicarlo. Mi diede l’opportunità di tenere il mio sogno tra le mani. Di presentarlo e poi di essere ospite al Parioli a Roma da Maurizio Costanzo. Fu un’esperienza emozionante, ricordo che mi pagarono il volo, mi mandarono l’autista, Costanzo mi accolse nel suo camerino e vedendomi spaventata e timida mi fece coraggio e con gentilezza infinita mi disse di credere in me.
Che giornata!
Ma non fu solo quella giornata, fu l’insieme degli avvenimenti che si crearono nel tempo grazie a ciò che avevo scritto. Feci pace con il mio passato, perdonai chi mi aveva ferita e perdonai soprattutto me stessa per aver lasciato che accadesse.
Benedico nel cuore il mio libro che ancora oggi, nello stringerlo fra le mani, mi commuove.
Sono grata alla vita perché ci riempie di sorprese meravigliose se sappiamo cogliere le opportunità che ci offre.

Il ricordo di un amore

“Il ricordo di un amore” venne pubblicato da Leonida Edizioni nel 2010 e ristampato nel 2015.
Questo romanzo nacque dal racconto di una donna calabrese che da ragazza aveva vissuto un’intensa storia d’amore con un latitante. Fu alla presentazione del mio libro precedente che lei si avvicinò e mi chiese di scrivere la sua storia.
Lei…sposata con un figlio, lui… fuggitivo: una storia complicata e pericolosa, dove il lettore non sa più da che parte stare, ma questo poco conta perché per Angela e Umberto il finale è già stato scritto da tempo.
Questo libro mi ha portata a scontrarmi con una realtà a me completamente sconosciuta e una terra selvaggia e meravigliosa come la Calabria. Mentre scrivevo vi andai in visita più volte e conobbi persone stupende che mi aprirono le loro porte e i loro cuori raccontandomi aneddoti impossibili da riportare e mostrandomi luoghi nascosti e misteriosi.

Ho cercato di comprendere cosa voglia dire nascere e vivere in una terra così insidiosa per certi versi, e di scoprire cosa si cela dietro la parola ‘ndrangheta. Per me ha voluto dire fare tabula rasa di ciò che credevo di conoscere, per imparare da zero una cultura così vicina, essendo parte dello stesso Stato, ma così diversa dalla mia. Ho imparato ad amare questa terra, tanto che ci vado ogni anno. Nel tempo gli amici sono aumentati e ora quando scendo è grande la gioia di riabbracciare queste “anime affini” che sono sempre pronte ad accogliermi con grande affetto.
Questo libro ha aperto un capitolo molto importante della mia vita e a dei cambiamenti drastici di vedute e non solo.
Tutto insegna e io ho imparato tantissimo.
In seguito ho conosciuto il protagonista (Umberto latitante) e siamo diventati amici… Ma questa è un’altra storia…

Eternamente nostri

Le prime pagine di “Eternamente nostri” nacquero da Giuseppe fra le mura del carcere di Novara, reparto di alta sicurezza con 41bis, poi cadde questo regime e fu spostato a Biella.
Giuseppe era il protagonista del precedente libro: “Il ricordo di un amore” e la nostra amicizia nacque dopo che gliene inviai una copia. La latitanza era finita da anni con l’arresto e la condanna in contumacia all’ergastolo ostativo. Quando ci cominciammo a scrivere decisi di conoscerlo per quello che era in quel momento e non per ciò che è stato nel passato, ottenni un permesso e cominciai anche ad andare a trovarlo regolarmente. Stava per diplomarsi e in seguito avrebbe intrapreso il percorso universitario. Decidemmo di raccontare insieme cosa significhi per un detenuto essere rinchiuso, in Italia, con una condanna con ostatività. Per chi non lo sapesse in due parole significa “senza benefici”. Lo so che è facile cominciare a giudicare dicendo: “poteva pensarci prima, se ha un ergastolo è perché ha tolto la vita a qualcuno e deve pagare con la sua vita, altro che ostatività..buttiamo le chiavi della cella, oppure… e noi li manteniamo pure nelle carceri, ecc….” Certo ognuno ha le sue motivazioni e i suoi pensieri, ma la verità è ben più complessa. Nel nostro libro raccontiamo un sud in cui le alternative (almeno fino a qualche anno fa) erano ben poche,

una Calabria vessata dal potere della ‘ndrangheta che non regala nulla a nessuno, ma toglie e distrugge, che spesso obbliga a piegarsi, obbligando alcuni a scappare al nord per cercare possibilità di vita migliori e più libere. Non è semplice capire e non è semplice omettere i giudizi, ma Giuseppe ci spiega il perché di certe scelte e cosa accade dietro le sbarre. Io cercai di raccontare ciò che vive la famiglia di un ergastolano, di come una moglie e una figlia siano condannate anch’esse all’oblio. Non è stato facile e forse non sono stata all’altezza, ma ho avuto amiche che mi hanno raccontato le loro storie e aiutata nel cercare di capire questa realtà così scomoda e dura che noi, qui al nord, troviamo incomprensibile. Finimmo il libro dopo anni, fu complicato mettere insieme i nostri pezzi, all’inizio c’era pure la censura a rendere ancora più arduo l’obiettivo, poi per fortuna Giuseppe venne trasferito a Padova, dove ancora si trova e non smette di studiare. Qui almeno poteva avere un computer con cui scrivere e stampare i pezzi da inviarmi (naturalmente senza accesso a internet). Il libro venne pubblicato nel 2016, fu un tema non facile da digerire nelle mie zone, ma al sud fui invitata a presentarlo anche all’università di teologia e mi commosse il riscontro avuto da molte donne del posto. Uscito nel 2017

— Collaborazioni —

Il mio piccolo “SCALATORE”

Dalla mia prefazione del libro di Sabine Bertagnolli: “Il mio piccolo scalatore”. È stato
un vero onore per me aiutarla nella stesura della storia di suo figlio Matteo.
Ho conosciuto Sabine almeno una decina di anni fa, nella ditta dove lavoravamo insieme. Non abbiamo fatto subito amicizia, anzi non l’abbiamo proprio fatta, impegnate in due mondi diversi ci siamo solo osservate da lontano. Ricordo i suoi occhi verdi sorridenti, i suoi racconti di windsurf, ricordo la sua allegria, la spensieratezza. Non ho avuto occasione di legare con lei in quel periodo, ma me ne sentivo attratta.

Ricordo anche che un giorno qualcuno spettegolando raccontò del suo dolore per aver perso una persona a lei molto cara, non essendo io una persona che si fa i fatti degli altri senza essere invitata dal diretto interessato, ascoltai e misi via con una nota di tristezza. Le nostre strade, che si erano solamente scorte da lontano, si allontanarono nel momento che io cambiai lavoro. Passò qualche anno
prima di incontrarci nuovamente. Era il matrimonio di una nostra carissima amica, ci sedemmo accanto e dai nostri discorsi giungemmo a menzionare il mio primo libro e le vidi brillare gli occhi. L’idea di scrivere un libro sulla storia di Matteo le giunse veloce e come un bagliore nella notte la illuminò, accennammo al fatto di riuscire un giorno a fare questa cosa insieme e ci lasciammo con questo accordo. Sono passati ancora un paio d’anni e le vicende delle nostre vite ci hanno fatto attendere, ma il momento giusto è arrivato e come sempre quando si desidera una cosa intensamente tutto converge in quella direzione e si combina in modo che debba accadere.
Scrivere questo libro con lei è stato un cammino meraviglioso, intenso e soprattutto emozionante. La nostra amicizia è nata fra le parole cliccate sui tasti di un computer, fra telefonate e incontri dedicati a questa meravigliosa storia d’amore, la storia d’amore fra mamma e figlio. La più bella e intensa che io abbia conosciuto, perché ogni mamma ama il suo bambino, ma essere mamma di un bambino disabile ti porta a far sì che la tua vita sia dedita a quell’amore in ogni istante portando via a sé stessi ogni momento di libertà. Frequentare Sabine è come frequentare un angelo e la sua luce illumina tutt’intorno e lei nemmeno sembra accorgersene. Matteo è il miracolo di quest’angelo. Lui porta gioia e tenerezza nei cuori della gente, lui riesce a regalare momenti di pura felicità inebriando gli animi, ma ci vuole coraggio, il coraggio di guardarlo, di vedere i suoi occhi e lasciarsi attraversare dalla sua energia. Gli errori medici hanno fatto sì che Matteo sia tra noi, questa non è la giustificazione ai loro sbagli e nemmeno un attenuante, resto dell’idea che l’essere umano come tale può sbagliare, ma un medico il cui compito è quello di pensare alla salute delle persone deve dimostrare l’umiltà, in caso di dubbi, e chiedere supporto e aiuto, non si può giocare con la vita umana e non si può per orgoglio personale proseguire una strada per non rischiare di mettersi in discussione davanti agli occhi altrui. La burocrazia purtroppo in Italia sappiamo tutti come è strutturata e leggere quello che Sabine e Roberto si ritrovano a dover affrontare per ogni sciocchezza fa spesso arrabbiare e indignare. A volte lavorare sui testi che Sabine mi inviava non è stato
facile, dovevo prima leggere senza toccare nulla, farmi il mio pianto di commozione e poi ricominciare da capo cercando di staccarmi dalle emozioni che mi provocavano quelle frasi. Le parole “gioia”, “gioioso”, sono le parole che in modo più ricorrente aleggiano intorno al piccolo Matteo. Le parole “disperazione”, “dolore” sono quelle che riconoscono Sabine e il suo percorso, ma lei non smette mai di lottare, anche con le lacrime e la disperazione riesce a tirare fuori le unghie e a far valere i diritti di suo figlio.

Lei e Roberto sognavano di poter insegnare a Matteo a fare il windsurf,
sognavano di farlo diventare bilingue, sognavano quello che ogni genitore sogna per i propri figli: un futuro pieno di “normalità”… loro hanno dovuto smettere di fare quei sogni, hanno dovuto sostituire quelle immagini della loro mente con il desiderio che Matteo possa almeno farsi capire, che possa muoversi con il deambulatore o che riesca a usare le mani e le braccia in modo coordinato per poter fare quei piccoli gesti quotidiani che gli permettano di auto-gestirsi almeno nelle cose di tutti i giorni. Ma Matteo fa molto più di questo e quando scrivo che Matteo dona gioia e che dobbiamo aprire gli occhi intendo una cosa specifica. Un giorno andai con Matteo, Sabine e Roberto in un noto fastfood a mangiare hamburger e patatine, a un tratto Sabine mi bisbigliò di fare l’indifferente, di girarmi di scatto e osservare le facce delle persone che ci stavano attorno. Lo feci qualche minuto dopo e mi resi conto che furono a decine le persone che d’istinto abbassarono gli occhi al pavimento, poco prima i loro sguardi erano piantati su Matteo e sulla sua sedia a rotelle, erano sguardi carichi di commiserazione. Mi misi al posto di Sabine e sentii il suo dolore. Mi chiesi quante volte ero stata io a comportarmi come quelle persone. Ecco dove sta il miracolo, Matteo se osservato nei suoi gesti e nel suo sorriso ti fa capire che non c’è nulla di pietoso, c’è gioia, c’è amore e vita. Matteo stupisce, contagia di energia positiva, lui ti guarda con i suoi occhioni e dal basso con la testa piegata da un lato emette il suo “ciao” e il tuo cuore esplode d’amore e felicità. Sabine e Roberto hanno saputo e dovuto lottare ogni giorno. Da loro ho imparato a vedere quello che ho: un figlio sano, con cui poter giocare ai Lego, correre nei prati o su una spiaggia e per cui sognare un avvenire roseo e pieno di conquiste, un figlio con cui posso litigare e che mi deluderà e mi renderà orgogliosa per le sue imprese.
Sto cercando di far leva su di me per smetterla di lamentarmi per un raffreddore, per una notte insonne per la sua febbre, per le arrabbiature perché non fa le cose con cura, di scocciarmi per una visita all’ospedale o una terapia di aerosol alle terme che mi fa correre dal lavoro a questi posti. Sono solo sciocchezze. Sabine e Roberto non giocano a rincorrersi con Matteo, o ai Lego, o ai Puzzle, loro giocano facendo terapie, con oggetti che servono a stimolare i suoi arti e la sua mente. La bicicletta non è puro divertimento, è esercizio per le gambe, la tv serve a intrattenere durante gli esercizi e gli appuntamenti sono inderogabili voglia o no.

Sabine ci insegna cosa vuol dire amare, cosa vuol dire lottare, il significato della vita e della morte. I brividi mi hanno percorso la schiena e forse non dovrei anticipare questa frase, ma mi è inevitabile perché mi ha colpito nel profondo, lei dice che il pensiero della fine l’aiuta ad andare avanti, insomma la consapevolezza che il dolore avrà fine per forza, che non può durare in eterno.
Sono stata onorata di fare questo lavoro con lei, e mai la ringrazierò abbastanza per ciò che mi ha donato. Matteo, Sabine e Roberto sono una famiglia meravigliosa, tre anime grandi e se Dio li ha scelti per questa prova è perché sapeva di poter contare su di loro per aiutare e per infondere forza nel prossimo.

Le urla dal silenzio

“Le urla dal silenzio” è una raccolta di testi e poesie di ergastolani che vide la luce nel 2012 grazie alla collaborazione di un team di persone, tra cui io e il mio grande amico Alfredo Cosco, con cui demmo alla luce l’Associazione Fuori dall’Ombra che si occupa proprio dei diritti dei detenuti.

Fu un’esperienza intensa, che imponeva alla mia mente di aprirsi a nuove vedute, di lasciare che le parole di persone reputate dalla società come “reiette”, venissero lette senza pensare al tempo passato, ma lasciando che il presente omettesse giudizi e che i pre-giudizi non prendessero il sopravvento. Mi imponevano di pormi domande come: “hanno tutti diritto a una seconda possibilità?”; “l’uomo può cambiare?”; “il bene esiste in tutti?”; “può l’ambiente e la famiglia in cui cresciamo indurci ad alimentare il lupo cattivo senza renderci conto che c’è anche il lupo buono dentro ognuno di noi?”.