Si parla molto di ascolto di sé.
“Ascolta il corpo”, “ascolta le emozioni”, “ascolta il tuo sentire”.
Ma c’è un passaggio successivo, più sottile e più trasformativo, di cui si parla molto meno e che io ripeto spesso ai miei clienti e alle presentazioni del mio libro: diventare testimoni di sé stessi.
Essere testimoni non significa analizzarsi, non significa giudicarsi meglio e nemmeno “controllare” ciò che proviamo.
Significa stare presenti a ciò che accade dentro di noi, senza fuggire e senza identificarci completamente.
È una qualità di attenzione che non invade, non corregge, non interpreta subito, ma osserva, riconosce e tiene spazio.
Ascoltare è il primo passo, ma se ci fermiamo lì, rischiamo di restare intrappolati dentro ciò che sentiamo.
Diventare testimoni significa fare un passo indietro interiore e iniziare a notare:
· i pensieri che sorgono
· le emozioni che li accompagnano
- le reazioni automatiche che mettiamo in atto
- le sensazioni che il corpo registra
Non per cambiare subito qualcosa, ma per vedere; perché ciò che non viene visto, ci guida, ci agisce e ci domina.
Ø Ogni emozione porta con sé un pensiero.
Ø Ogni pensiero produce una reazione nel corpo.
Ø Ogni reazione diventa comportamento.
Essere testimoni significa osservare questa catena mentre accade. Notare, ad esempio:
- il giudizio che emerge prima ancora che tu te ne accorga
- la contrazione allo stomaco quando qualcuno dice qualcosa
- la tensione alle spalle quando ti senti in dovere
- il dialogo interno con cui ti parli nei momenti difficili
Non per colpevolizzarti, ma per riconoscere come ti tratti.
Uno degli strumenti più potenti del testimone interiore è l’osservazione del giudizio. I giudizi che dai agli altri sono spesso gli stessi che dai a te stessa. Le reazioni che ti infastidiscono fuori parlano di parti che dentro chiedono attenzione. Essere testimoni non significa smettere di giudicare, significa accorgersi quando stai giudicando e in quel momento chiederti:
“Cosa sta toccando in me questa situazione?”
“Che emozione c’è sotto questo giudizio?”
“Che parte di me si sente minacciata, ferita, esclusa?”
Qui il mondo esterno smette di essere un nemico e diventa uno specchio.
Il corpo è il primo testimone, prima delle parole, prima delle spiegazioni. Diventare testimoni di sé significa portare attenzione a:
- dove il corpo si chiude
- dove si irrigidisce
- dove perde energia
- dove invece si espande e respira
Il corpo non chiede interpretazioni, chiede presenza. Quando impari a stare con ciò che senti, senza forzarlo, qualcosa dentro inizia a fidarsi di te.
Qui voglio essere molto chiara: essere testimoni non significa diventare freddi o distanti.
Significa restare presenti anche quando fa male, sentire senza annegare e vedere senza fuggire.
È una presenza amorevole, non giudicante, ma lucida e questa presenza cambia tutto.
Perché nel momento in cui diventi testimone:
- non sei più solo la tua paura
- non sei più solo la tua rabbia
- non sei più solo la tua storia
Sei lo spazio in cui tutto questo può essere visto e trasformato.
Diventare testimoni di sé è uno degli atti di salute più profondi che esistano perché smetti di combatterti, smetti di identificarti totalmente con ciò che accade e inizi a costruire una relazione interna viva, onesta, presente. Non è un esercizio spirituale astratto, è una pratica quotidiana.
Ogni volta che noti un pensiero.
Ogni volta che senti una reazione nel corpo.
Ogni volta che scegli di stare invece di scappare.
È lì che inizi a tornare a te.
Forse è questo il vero lavoro: non cambiare chi sei, ma esserci davvero per ciò che sei, momento dopo momento. Diventare testimoni di sé non risolve tutto, ma crea lo spazio in cui tutto può iniziare a trasformarsi e da lì, lentamente, la relazione con te stessa/o torna a essere integra.

Lascia un commento